-BEATRICE PASQUALI


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Anime della scultura contemporanea - Francesca Nicoli
Beatrice Pasquali: protesi dal corpo a corpo - Bruno Corà

Ricorda le farfalle, sogna - Giulio Mozzi
Il sentimento della vertebra - Walter Guadagnini
Beatrice Pasquali - Angela Madesani
Stesure, Frammenti I-VII - Alberto Zanchetta
Auto-intervista

Anime della scultura contemporanea

“[…]La stanza amaranto della Pasquali fa da sfondo a un sogno irreale scaturito da una testa di bimbo perfettamente modellata. Lo stesso appare in altre occasioni come oggetto di craniometrie, studi anatomici e dissezioni, e comunque non tardiamo a riconoscerne un antecedente illustre nel Puer di Medardo Rosso, sfaldati i contorni, caldo, pregno di atmosfera e vibrante quasi disciolto come cera al sole. Non sempre è così, per il lavoro della Pasquali. Alle volte la scopriamo in ambienti asettici e perfettamente sterilizzati, senza un filo d’ossigeno, nessun ricordo di vita, nessun germe o contaminazione. Il suo gusto per la speculazione puramente intellettuale si nutre di assidue letture, di innamoramenti per autori, testi, pitture o video-istallazioni, con una conoscenza che diviene parametro applicato spietatamente nel giudizio su cose, persone, abiti e luoghi. Le sue stroncature son rasoiate vere e proprie, il severo contegno nasce dalla preparazione, dal lavoro quasi ossessivo e infaticabile. Ricorre l’elemento del corpo umano indagato con piacere seicentesco e quasi come nella violazione furtiva di un cadavere trafugato. Lo sfoggio di nozioni è di chi la sa lunga, e non si vergogna nel mostrarlo. A volte sente l’esigenza di distanziare il suo oggetto di studio, di metterlo sotto teche di vetro, ipostasi coerente in chi meticolosamente appronta tutto il suo equipaggiamento di trabiccoli per un rituale ammaliante e a volte anche troppo difficile da decifrare. Ma, tant’è, alla Pasquali non interessa farsi capire da tutti. Ad esempio i dodecaedri sparsi nella stanza di Giove spuntano dall’immaginazione del puer, una macchina generatrice di strani oggetti che prendono a sfilare uno ad uno riversandosi a terra mollemente o con prevedibile rottura. Meglio sarebbe stato, per il sogno, disporre di un ambiente lirico in assenza di gravità, così avremmo visto sospeso a mezz’aria, che forse è più idonea, il dodecaedro che, Beatrice spiega, è tratto da Leonardo. Un trattato incompiuto del genio rinascimentale presta il nome alla sua istallazione, De ludo geometrico, che riguarda la pratica geometrica intesa come gioco, e quindi è vicina al piacere che fu, per Paolo Uccello, la ricerca sulla prospettiva, sui cui calcoli e problemi soleva attardarsi la notte, incatenato da un amore viscerale che lo teneva fuori dal letto freddo ove la moglie brontolante lo attendeva invano. Finché quella, alla fine se ne andò. La stessa passione divorante animò Leonardo tutta la vita, nella ricerca scientifica così come nel disegno, che di quella indagine di fatto era strumento, nell’applicazione meccanico-ingegneristica per la preparazione di macchine idrauliche, strumenti militari, dighe, fragili e scricchiolanti apparecchi per il volo. In Pontormo l’ossessione per il colore si traduceva in una serie di manie e stramberie come l’appuntarsi su un diario, con gran dovizia di particolari, tutte le componenti, preparazioni, orari e svolgimenti di una dieta a base di uova e buon rosso toscano. Così, nasce dalla sublimazione e si trasforma in oggetto mentale quel quantitativo energetico della psiche che un corpo a corpo amoroso esaurirebbe nel breve giro di una mezz’ora. Tanto più invitante, quindi, il gioco inesauribile su ciò che non si può toccare, girare e rigirare nella testa una frase, un problema, un argomento, e non ritrovarsi nel labirinto angoscioso di chi ha stretto troppo la mira e a forza di analisi ha perso il suo oggetto sfilacciato ormai in rivoli infinitesimali davvero impalpabili. Nella giovane artista veronese il ragionamento è ancora vicino al miraggio, non a caso si nutre di immagini e produce cose soprattutto visibili, nuota nella vaghezza e nella libertà di respiro, pur nell’estrema precisione dei riferimenti e temi, nella definizione di un limite come nell’incisione chirurgica di una mandibola, di un bulbo oculare, di un condotto uditivo. La vaghezza, voglio dire, è questa magica sospensione onirica, avulsa dal reale degli accidenti mondani così come è ancora lontana dalla sfera delle idee. Si muta in enorme desiderio di perfezione, brama del possesso assoluto, desiderio del dominio su un territorio irraggiungibile, in vista di una iperuranica sede dei rapporti matematico-geometrici che fanno da modello e archetipo alle cose di questo mondo. Forse anche Leonardo lo faceva, edotto dalle correnti neoplatoniche fiorentine imperniate sulla figura di Marsilio Ficino, ma noi senz’altro pensiamo, di fronte al dodecaedro della Pasquali, al prisma platonico, ai solidi geometrici perfetti che il filosofo poneva in una dimensione parallela alla nostra, e monda da ogni traccia di generazione e corruzione. A metà strada, dunque, fra terra e cielo, si situa l’attività dell’artista, che ha ancora, nonostante l’altissimo grado di concettualismo, a che fare con la pratica del mestiere, con ferri che maneggia con sapienza da maestro, attraverso un’immaginazione sganciata dai gangli del mondo naturale, che ambisce senza posa alla sfera dell’essere, perennemente inaccessibile, inarrivabile fine delle nostre meditazioni.[…]”

Tratto da "Anime della scultura contemporanea", catalogo e mostra a cura di Francesca Nicoli, I quaderni dello Studio Nicoli 1/2008, Sea Editrice, Massa 2008



   
 

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